
La “Piccola Gerusalemme”, la storia della comunità ebraica di Pitigliano
Passeggiando tra i vicoli di Pitigliano, si rimane talvolta sorpresi dallo scoprire che c’è una zona del paese denominata “il ghetto”. Addentrandosi lungo via Zuccarelli, presto si arriva nel cuore di questo quartiere, oggi musealizzato, dove sono presenti le testimonianze di una delle più importanti comunità ebraiche dell’Italia centrale, tanto importante che Pitigliano è ancora oggi conosciuta come la Piccola Gerusalemme.

La storia degli ebrei di Pitigliano è il racconto di un territorio di confine che, per secoli, fu capace di offrire rifugio, opportunità e convivenza, e merita di essere approfondita.

La bolla “Cum nimis absurdum” e le città rifugio
La presenza ebraica a Pitigliano è attestata con certezza dal XVI secolo, anche se studi più recenti suggeriscono che alcune famiglie fossero presenti già nel Quattrocento. La crescita della comunità fu favorita dalla posizione della contea degli Orsini, un piccolo Stato indipendente posto al confine con lo Stato della Chiesa. Questa storia unica non può essere compresa senza guardare al territorio che circonda Pitigliano e al contesto storico: tra il XVI e il XVII secolo, mentre nello Stato della Chiesa e in parte del Granducato di Toscana venivano introdotte restrizioni sempre più severe nei confronti degli ebrei, alcuni piccoli Stati di confine offrirono condizioni più favorevoli.

Il 14 luglio 1555, pochi mesi dopo la sua elezione, papa Paolo IV Carafa promulgò la bolla Cum nimis absurdum, un provvedimento che impose la creazione dei ghetti nelle città dello Stato pontificio, obbligando le comunità ebraiche a vivere in quartieri separati dal resto della popolazione. I ghetti erano delimitati da porte che venivano chiuse dal tramonto all’alba e sorvegliate da custodi, limitando fortemente la libertà di movimento dei loro abitanti.
La bolla introdusse inoltre una lunga serie di restrizioni che regolavano quasi ogni aspetto della vita quotidiana: dagli ambiti lavorativi consentiti ai rapporti con la popolazione cristiana, fino all’obbligo di indossare segni distintivi e ad altre limitazioni di carattere economico e sociale. L’obiettivo era quello di isolare gli ebrei dal resto della società, riducendone progressivamente il ruolo nella vita pubblica.
E quando poi nel 1569 papa Pio V ordinò l’espulsione degli ebrei dalla maggior parte dei territori pontifici, mentre molte città chiudevano le loro porte, Pitigliano divenne uno dei principali luoghi di accoglienza dell’Italia centrale.
Lo storico e medico ebreo David de Pomis, che operò alla corte degli Orsini, definì Pitigliano, Sorano e Sovana le “città rifugio”, luoghi in cui le famiglie ebraiche potevano trovare protezione e continuare a esercitare le proprie attività. A queste si affiancarono altri centri come Santa Fiora, Castell’Ottieri e il Ducato di Castro, che accolsero numerosi profughi dopo le espulsioni decretate dalle bolle papali del 1555 e del 1569.
Come nacque questa politica di accoglienza? Una delle ipotesi è che la contea di Pitigliano abbia vissuto nel Cinquecento un periodo di profonda crisi economica e demografica, e gli Orsini seppero cogliere l’opportunità. Permettendo agli ebrei di stabilirsi e svolgere le loro attività, apportarono un grande beneficio alla contea stessa, dove mancavano sarti, fornai, medici e banchieri.
Una comunità che continuò a crescere

Alla fine del Cinquecento la comunità era ormai abbastanza numerosa da costruire una sinagoga, documentata nel 1598. Negli anni successivi arrivarono nuovi nuclei familiari espulsi da altri territori, tra cui Firenze e il Ducato di Castro, distrutto nel 1649. Pitigliano divenne così il principale punto di riferimento per l’ebraismo della Maremma.
Con il passaggio della contea ai Medici, all’inizio del Seicento, anche a Pitigliano fu istituito un ghetto – tuttavia, la situazione locale rimase meno rigida rispetto ad altre città italiane e gli ebrei continuarono a svolgere un ruolo importante nell’economia del territorio, conservando alcuni privilegi eccezionali per l’epoca, come la possibilità di possedere beni immobili.
Tra Settecento e Ottocento la comunità raggiunse il suo periodo di massimo sviluppo e grazie alle riforme dei Lorena gli ebrei ottennero una progressiva emancipazione civile, potendo partecipare più attivamente alla vita pubblica.
Nella metà dell’Ottocento vivevano a Pitigliano circa quattrocento-cinquecento ebrei, una percentuale molto elevata rispetto alla popolazione complessiva. Fu in questo periodo che il borgo iniziò a essere chiamato “Piccola Gerusalemme”, un appellativo che rifletteva non solo l’importanza numerica della comunità, ma anche la qualità dei rapporti con la popolazione cristiana.
Una convivenza rara nella storia italiana

Uno degli aspetti più interessanti della storia di Pitigliano è però la convivenza tra ebrei e cristiani, con le fonti che ricordano numerosi episodi di collaborazione e reciproco sostegno. Particolarmente significativo è quanto accadde nel 1799, quando gli abitanti cristiani impedirono che il ghetto fosse saccheggiato da truppe antifrancesi. In segno di riconoscenza, la comunità ebraica istituì una cerimonia commemorativa celebrata per molti anni nella sinagoga.
Naturalmente non mancarono momenti di tensione e discriminazione, come avvenne in gran parte dell’Europa dell’epoca. Tuttavia, il caso di Pitigliano rappresenta uno degli esempi meglio documentati di una lunga convivenza tra comunità diverse.
Dopo l’Unità d’Italia molti giovani lasciarono Pitigliano per trasferirsi nelle città, dove le nuove opportunità economiche erano maggiori e la comunità iniziò così un lento declino demografico.
Le leggi razziali del 1938 e la persecuzione nazifascista segnarono definitivamente questa storia. Alcuni ebrei furono deportati e uccisi nei campi di sterminio; altri riuscirono a salvarsi grazie all’aiuto della popolazione locale, che offrì rifugio e assistenza nonostante i gravi rischi personali. Ma l’area del ghetto fu danneggiata dai bombardamenti, e la maggior parte di queste famiglie non aveva più un luogo dove tornare alla fine della guerra. Anche la sinagoga aveva subito gravi danni e nel 1965 una parte crollò. Solo nel 1985 si diede vita a un progetto di restauro che portò alla riapertura nel 1995.
Oggi il quartiere ebraico è uno dei luoghi più affascinanti di Pitigliano. Il percorso di visita comprende la sinagoga restaurata, il museo della cultura ebraica, il forno delle azzime, la cantina rituale e gli altri ambienti che raccontano la vita quotidiana della comunità.
Il tufo: una roccia che modella la vita quotidiana

La comunità ebraica seppe sfruttare la peculiarità del paese, trasformando il tufo in uno spazio di vita. Sotto le case del ghetto si sviluppa un articolato sistema di ambienti scavati nella roccia vulcanica, riadattati alle esigenze della comunità. Il tufo, facilmente lavorabile ma resistente, ha permesso per secoli di ampliare gli edifici verso il sottosuolo, creando un vero e proprio quartiere ipogeo.
Questa caratteristica accomuna Pitigliano a Orvieto, Orte e molte altre città costruite su rupi di origine vulcanica: sotto le strade e i palazzi, si estende una fitta rete di cavità artificiali utilizzate fin dall’epoca etrusca come cisterne, pozzi, cantine, colombari e ambienti di lavoro, dimostrando come gli ipogei sono diventati una parte integrante della storia urbana e della vita quotidiana.
I sapori della tradizione: lo sfratto e gli altri dolci

La storia della comunità ebraica vive anche nella gastronomia. Il dolce simbolo di Pitigliano è lo sfratto, un lungo cilindro di pasta ripieno di miele, noci, scorza d’arancia e spezie.
Secondo la tradizione, il nome ricorda il bastone con cui i messi granducali battevano alle porte delle case degli ebrei per intimare il trasferimento nel ghetto. Sebbene questo racconto appartenga alla memoria popolare e non possa essere documentato in ogni dettaglio, lo sfratto è oggi considerato il dolce identitario della comunità ebraica pitiglianese ed è preparato ancora secondo ricette tramandate nei secoli.


Leave a Reply