
Questa volta ho cambiato panorama, spostandomi sui Cimini, a due passi da Viterbo eppure immersi nell’atmosfera di un borgo ideale, costruito alle pendici della montagna.

Ma iniziamo con la visita all’abbazia di San Martino al Cimino.
Per me visitarla è quasi un colpo al cuore, elegante e ieratica, così lontana dalle architetture che frequento più abitualmente da farmi quasi sentire trasportata in uno dei miei viaggi tra le cattedrali inglesi.
E invece eccola qui, con i suoi fasci di colonne che si intrecciano sulle volte a crociera, la semplice pietra grigia che evidenzia le architetture, quella finestra fiorita in facciata che sembra guidarti all’esterno, verso la splendida terrazza che domina il paese ideale di San Martino, con la sua architettura razionale seicentesca.
L’Abbazia cistercense di San Martino al Cimino, legata alla casa madre di Pontigny, rappresenta un raro esempio di gotico francese in Italia, arricchito da elementi unici come l’abside poligonale.
L’ Abbazia vanta una storia millenaria che inizia ufficialmente nell’838, poi nel 1207, Papa Innocenzo III rafforzò la comunità e finanziò la sua ricostruzione, seguita da lavori di ampliamento che portarono alla consacrazione della chiesa nel 1225.
Il XIV secolo segna l’inizio di una lunga decadenza che vide il monastero passare in mano a vari cardinali commendatari, fino all’intervento dei Pamphilj. La vera rinascita avvenne dopo il 1645, quando Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj divenne Principessa di San Martino, che incaricò grandi architetti come Francesco Borromini per il restauro della chiesa.
L’abbazia è anche il luogo dell’ultimo riposo di Donna Olimpia, la cui tomba si trova nell’abside della chiesa, davanti all’altare maggiore, come da sua espressa volontà testamentaria.




L’esperimento urbanistico delle casette a schiera a San Martino al Cimino, voluto da Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj a partire dal 1645, è considerato uno dei primi esempi di pianificazione urbanistica e di edilizia sociale coordinata nello Stato Pontificio.
Questo progetto mirava a trasformare una zona all’epoca “incolta e desolata” in un principato moderno e funzionale, dove l’ordine architettonico rifletteva l’autorità e la benevolenza della Principessa verso i suoi sudditi.
Le abitazioni non furono costruite in modo spontaneo, ma seguirono un progetto preciso affidato all’architetto militare Marcantonio de’ Rossi, con il contributo di Francesco Borromini e Virgilio Spada. Le case sono caratterizzate da un ordine architettonico rigoroso: sono costruite con la stessa metodologia, sono poste l’una accanto all’altra (a schiera) e risultano digradanti, essendo addossate alla cinta muraria del borgo.
Per attirare nuovi abitanti e favorire la crescita demografica, Donna Olimpia offriva alle giovani coppie che decidevano di stabilirsi nel borgo una casa e una dote nuziale. Inoltre, i nuovi residenti godevano dell’esenzione dalle tasse per i primi cinque anni di residenza.
Le casette a schiera facevano parte di un piano più ampio che dotava il borgo di tutti i servizi necessari alla vita comunitaria, tra cui osterie, spacci, un teatro, lavatoi pubblici, fontane e persino una casa per il gioco della pallacorda.





Parlare di Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, potente cognata di Papa Innocenzo X, è sempre affascinante.
La sua immagine è divisa tra la devozione e l’affetto dei suoi sudditi e le feroci satire romane, le “pasquinate”, che la dipingevano come avida e spregiudicata. La più celebre è sicuramente quella che tutti conosciamo ancora oggi: “Chi dice donna dice danno”, che continuava con “chi dice femmina dice malanno, chi dice Olimpia Maidalchina dice donna, danno e rovina”.
Quello che è certo è che fu una donna caparbia e determinata in un mondo dominato dagli uomini, una figura complessa e intrigante che merita davvero di essere approfondita.


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